Sono nato e cresciuto all’inferno. I miei genitori sono
stati una parte delirante di un demone succube di un Dio che non è mai
esistito. Fin dai primi vagiti ho iniziato a succhiare via la vita dagli altri
e prima degli altri ho iniziato a succhiarla via da me stesso assetato e
assatanato da una forza invisibile che mi ha sempre controllato sin da quando
ho visto la luce di questo mondo. Qualcuno dice che sia genetico, altri dicono
che sia l’ambiente che ci circonda, il vissuto con gli altri a forgiare il
nostro carattere così com’è, sin dai primi mesi di vita fino al giorno della
nostra morte. Io sono nato succhiando. Non il latte materno che non gradivo,
chissà per quale ragione, forse perché già pregustavo l’aroma di un buon vino o
il gusto metallico e corposo di un forte whiskey. Sta di fatto che iniziai a
ciucciare ben presto i miei calzini e lo facevo con gusto, un po’ come quel
personaggio dei fumetti. Stavo già tutta la notte insonne a succhiarmi e a
rigirarmi calzini e copertine tra la bocca e le dita e la mattina mi ritrovavo
con la bocca piena e lo stomachino vuoto.
Vuoto. Come in realtà sono sempre stato. La mia vita è stata costellata di
vuoti, vuoti dentro, vuoti fuori e la scoperta del vuoto quando crescendo ho
iniziato a cercare di aprire il contenuto delle altre persone. Ho avuto rari
periodi di pienezza, quelle rare fasi nella vita di un uomo in cui ragazze
drammaticamente dolci e romantiche si innamorano di te e ti definiscono “speciale”,
“unico” “amore della mia vita”. Rare parentesi in cui mi sono sentito il
padrone del mondo, rare parentesi in cui sarei potuto anche morire perché sarei
morto davvero felice. Le illusioni sono la cosa più bella da poter vivere ma una
volta che finiscono ti ritrovi con la realtà sbattuta in faccia che ti tira
schiaffi come una madre impazzita e si scende dalle nuvole, dai castelli, da
tutto ciò che si era costruito in aria ad una velocità che si avvicina
pericolosamente a quella di un ascensore in caduta libera che si frantumerà in
un attimo al suolo di una terra che non è mai stata dominata da nessuno. Eppure
sono stato un bambino d’oro. Fin dalla primissima infanzia ero considerato da
tutti un piccolo genio, un enfant-prodige, un esserino venuto dallo spazio così
diverso e speciale, così intelligente e diverso dagli altri, così timido e già
così tremendamente solo. Ma da bambino stranamente avevo il rispetto di tutti
per via della mia già innata saggezza e ne andavo fiero. Ero amato da tutti e
dovrei dire con orgoglio che ero amato soprattutto da tutte. Ero un gigolò da
bambino. Il mio era un aspetto da bambolotto dolcissimo con la pelle bianca
come la neve e gli occhi enormi come quelli di un cervo impaurito attiravano i
baci e i pizzicotti delle più svariate tipologie di donne. A volte avevo paura
di queste donne. Mi vorranno mica mangiare a volte pensavo. Una volta ci fu una
donna che mi diede proprio un morso su una guancia e io ebbi incubi per una
settimana intera. Già soffrivo d’insonnia. Le donne furono subito la mia
ossessione. Me ne innamoravo e le desideravo come il più ardente e passionale
gigolò di tutta la storia e se ancora non capivo cosa fosse il mio desiderio
era una cosa che adoravo. Continuò la mia carriera d’oro fino alla terza media
dove gli sguardi delle belle ragazze iniziarono a farmi sempre più male come se
fossero gli sguardi di demoni che mi volessero divorare. Ma a bruciare ero io.
Ad ogni sguardo una vampata di calore verso il mio viso e poi a casa durante la
notte le prime esplosioni di calore sotto il basso ventre del mio minuscolo
pisello che tendeva ad aumentare di lunghezza e spessore, le prime erezioni e
le prime più grandi vergogne della mia vita. Fu da quando mi masturbai la prima
volta che finii all’inferno e forse non fu un caso che proprio in quel periodo
la dottrina cattolica predicava a piena voce “non spargete il vostro sperma per
terra”. Io ne ero terrorizzato, terrorizzato di finire all’inferno ne avevo
talmente paura che alla fine mi ci sono ritrovato esattamente perché in realtà
più si ha paura di qualcosa più in realtà la si desidera fortemente. Fu da
allora che la mia vita cambiò e non fu più mai la stessa.
Nonostante fossi così voluto da bambino e così desiderato non ho mai sorriso in vita mia. Sono nato con la bocca cucita. Avrei potuto avere la stessa sorte di The Joker in Batman. The Joker era un bambino talmente serio con un padre alcolizzato il quale un giorno che aveva alzato un po' troppo il gomito prese un coltello e lo puntò sulla faccia del piccolo Joker: "Perché sei così serio?!?" "PERCHE' SEI COSI' SERIO?!?". Alla fine non fece altro che disegnargli un bel sorriso da un angolo all'altro delle guance con quel coltello.
Non troverete mai una foto in cui sorrido. Nessuna, mai. Benché avessi fatto ancora pochi passi in questo mondo avevo capito già tutto: non c'era proprio nulla da ridere. A volte qualche donna mi chiedeva per via del mio pallore e del mio aspetto così serio se per caso fossi malato. Io sapevo di non esserlo ma mi sorgeva comunque il dubbio. Era raro, come ancora oggi, che il mio viso assumesse un'espressione allegra ma quelle rarissime volte che accadeva mi compariva una faccia che sembrava il Buddha in persona che aveva raggiunto finalmente il Nirvana Assoluto e Supremo. Ho altre foto che lo testimoniano. Ma in quelle foto ero già strafatto di Tavor e a volte di Tavor mescolato ad alcool.
Nonostante fossi così voluto da bambino e così desiderato non ho mai sorriso in vita mia. Sono nato con la bocca cucita. Avrei potuto avere la stessa sorte di The Joker in Batman. The Joker era un bambino talmente serio con un padre alcolizzato il quale un giorno che aveva alzato un po' troppo il gomito prese un coltello e lo puntò sulla faccia del piccolo Joker: "Perché sei così serio?!?" "PERCHE' SEI COSI' SERIO?!?". Alla fine non fece altro che disegnargli un bel sorriso da un angolo all'altro delle guance con quel coltello.
Non troverete mai una foto in cui sorrido. Nessuna, mai. Benché avessi fatto ancora pochi passi in questo mondo avevo capito già tutto: non c'era proprio nulla da ridere. A volte qualche donna mi chiedeva per via del mio pallore e del mio aspetto così serio se per caso fossi malato. Io sapevo di non esserlo ma mi sorgeva comunque il dubbio. Era raro, come ancora oggi, che il mio viso assumesse un'espressione allegra ma quelle rarissime volte che accadeva mi compariva una faccia che sembrava il Buddha in persona che aveva raggiunto finalmente il Nirvana Assoluto e Supremo. Ho altre foto che lo testimoniano. Ma in quelle foto ero già strafatto di Tavor e a volte di Tavor mescolato ad alcool.
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